25 gennaio 2015

Gioacchino da Fiore: lectio magistralis di Cosimo Damiano Fonseca

Ho l'enorme piacere di pubblicare anche sul mio blog la Lectio magistralis su Gioacchino da Fiore del prof. Cosimo Damiano Fonseca in occasione del conferimento della laurea ad honorem in Storia e Conservazione dei Beni artistici e archeologici conferitagli dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria. Da: Corriere del Giorno, 03/06/2008, p. 7

Amore e Memoria per salvare il nostro patrimonio culturale
Cosimo Damiano Fonseca 

Non è solo un atto formale di cortesia, ma un sentimento doveroso e convinto, rivolgere il mio vivo ringraziamento al Rettore dell’Università della Calabria prof. Giovanni Latorre nel cui nome, ai sensi delle Leggi vigenti, mi è stato conferito questo prestigioso riconoscimento; al Presidente della Facoltà di Lettere e Filosofia prof. Raffaele Perrelli, il quale, accogliendo la proposta dei Colleghi, ha sintetizzato magistralmente le motivazioni sottese al titolo; al prof. Pietro Dalena, Presidente del Corso di laurea in Storia e Conservazione del Patrimonio Artistico, Archeologico e Musicale, che con benevola e delicata partecipazione ha tracciato le tappe del mio lungo cursus academicus; a quanti, Autorità, Colleghi e Amici, hanno voluto sensibilmente onorare questo momento di indubbio rilievo scientifico, ma anche, mi si consenta, di profondo coinvolgimento emotivo e umano. Ed è proprio sull’onda di questa ultima notazione che la solennità di questo momento non può essere disgiunta nella mia esperienza di vita dal riferimento, memore e grato, di due grandi artefici di questa nostra Università della Calabria: i professori Beniamino Andreatta e Corrado Bucci. Con il primo mi hanno legato condivisi rapporti di amicizia e di discepolato all’Università Cattolica di Milano e successivamente, nei suoi anni anconetani e bolognesi, proficui scambi di idee mentre inseguiva tenacemente e brillantemente il progetto, allora inimmaginabile per il sistema universitario statale, di un Ateneo residenziale, per di più collocato nelle aree del Mezzogiorno italiano. Con Corrado Bucci il pensiero corre alla comune esperienza nell’ambito della Conferenza dei Rettori delle Università italiane cui non fu estranea la fervida utopia di inserire la nascita e la crescita di nuovi e saldi poli universitari tra i nodi strutturali della nuova questione meridionale. Il tema della lectio alla cui insegna ho voluto affidare le mie riflessioni richiede qualche essenziale precisazione: innanzitutto di carattere metodologico considerato che la laurea ad honorem che mi è stata oro ora conferita riguarda Storia e Conservazione dei Beni Artistici e Archeologici, cioè si riferisce a quella tipologia di Beni Culturali che affonda le proprie radici, oltre che nella storia, nella “memoria” e che, come tali, rientrano nell’ethos e nella civiltà di un popolo, inspiegabili peraltro, l’uno e l’altra, senza l’appropriazione convinta di quel singolare patrimonio, a cominciare dai processi cognitivi e formativi sino all’obbligo morale della sua conservazione. E poi, ed è la seconda precisazione di carattere contenutistico, l’oscillazione dei due poli dei “beni culturali” e della “memoria” assumerà come specola di osservazione e come laboratorio di verifica la problematica esperienza esistenziale di Gioacchino da Fiore, il grande teologo del XII secolo che Dante, oltre che ad assegnargli il carisma della profezia, forse suggestionato dall’antifona della liturgia cistercense, ne precisò l’appartenenza geografica sino a consegnarlo alle generazioni future come il “calavrese abate Giovacchino”. 1. Per una esperienza religiosa, come è stata quella di Gioacchino da Fiore i “luoghi” assumono un significativo e pregnante rilievo. La condizione eremitica cui il “Calavrese” legava l’essenza della sua professione monastica esigeva due specifiche condizioni: la vita solitaria come scelta personale anche se condivisa con alcuni sodali e il deserto come elemento costitutivo dello statuto eremitico dove l’inaccessibilità del sito, la povertà del luogo, il silenzio assumevano il carattere di valori spirituali esaltanti la fuga dal mondo, l’abbandono di ogni vanità, l’emblema della pace interiore. Con il “deserto” sul finire dell’XI secolo si erano misurate due delle più importanti forme di vita monastica, rigeneratrici ambedue delle eredità dell’antico monachesimo cenobitico evidentemente in crisi, quella certosina e quella cistercense. Bruno di Colonia inseguirà l’ideale del deserto e lo troverà, nella pienezza della sua maturità, proprio in Calabria a contatto con una delle esperienze che più si attagliava con il suo ideale, quella della vita monacale greca che qualche decennio prima, grazie all’impegno profuso dallo ieromonaco San Nilo, aveva registrato, come vedremo, una vigorosa fioritura. Con fine analisi nell’intento di personalizzare il più possibile l’itinerario spirituale di Bruno, Raoul Manselli aveva rilevato come dall’attività e dall’opera tutta di San Brunone emerge, in maniera evidentissima, il fatto che la ricerca del “deserto” e dell’eremo sorge non da un desiderio di rinnovamento e da un’esigenza di riforma della Chiesa o anche dal monachesimo, quanto piuttosto da una inevitabile volontà di fuggire il mondo… La spinta prima all’eremo nasce, così, dal fastidio e dalla vanità delle cose quotidiane, diciamo pure da un senso di stanchezza per una lotta contro il mondo che, alla fine si è rivelata spossante, quanto inutile” (Manselli 1971, p. 82). Comunque l’esperienza eremitica brunoniana si concretizza in piena consonanza con i presupposti teorici, dottrinali e spirituali che sono alla base, nella scelta di contesti ambienta idonei. E tali, sono qui “Calabriae deserta” cui fa riferimento il Chronicon dell’eremo di Torre edito dal De Leo; si tratta – è sempre il Chronicon a renderci consapevoli – di luoghi circondati da fitte abetaie dove perfino al sole era interdetto penetrarvi; sul pianoro verdeggiante vennero costruite celle ricavate con impasto di fango e di fronde; per Bruno la scelta cadde su un “antrum lapideum ibi a natura consitum”, cioè su una grotta, elemento geomorfologico che accompagna tutta la tradizione eremitica calabrese. L’altra forma di vita monastica che alla ricerca del deserto diede significativa importanza fu quella cistercense le cui affinità con il percorso ascetico di San Bruno sono state già messe dalla storiografia in particolare risalto e che, a loro volta, incideranno sulla personalità e sulle scelte di Gioacchino da Fiore tenuto conto della sua primigenia adesione alla “religio Cistercii”. Non a caso si è parlato “affinità” e non di “identità” in quanto l’esperienza cistercense non nega i suoi reconditi legami con la tradizione del monachesimo benedettino; semmai, in polemica con Cluny indulgente all’imperativo della laus perennis con tutto lo splendore liturgico che l’accompagnava, essa insiste con forza sulla necessità della fatica manualmente operata del laborare la terra, del prosciugare paludi, del mettere a coltura ampie superfici abbandonate in modo da assicurare alla comunità monastica ciò che era indispensabile alla sua sopravvivenza. E’ qui che si realizza il deserto cistercense, lontano dal consorzio degli uomini, in una dimensione di ruralità che di fatto confligge con ogni sia pur lontano rapporto con le comunità urbane. “In civitatibus, castellis, villis, nella construenda esse coenaobia”, reciteranno le norme statutarie del 1130. E accanto a questi recondita loca, cioè al nascondimento, il deserto cistercense si caratterizzerà per l’aleatorietà della stessa condizione esistenziale soggetta all’inclemenza delle stagioni, alla insicurezza dei raccolti, alla precarietà delle strutture abitative. E Gioacchino avrà piena consapevolezza di questa svolta intervenuta con l’abbandono dell’abbazia di Molesme da parte di Roberto per Cîteaux. L’incipit dell’evento menzionato nel trattato gioachimita De Vita Sancti Benedicti è improntato a particolare solennità: “Si era appena concluso l’anno 1196 della Incarnazione del Signore quando quel nuovo e pio gregge che aveva abbandonato Molesne, per rimanere il Signore, venne a Cîteaux per dare inizio all’Ordine cistercense in cui vive e cresce Benedetto”. Del resto Alessandro III nella lettera Inter innumeras diretta al Capitolo generale cistercense il 19 luglio 1169, richiamando i tempi della prima esperienza cistercense, poneva in evidenza al primo posto, tra le originarie finalità dell’Ordine, la sua solitudine simile a un fiore piantato “in deserto huius mundi”. E che non si trattasse di una dichiarazione di principio, ma di un chiaro riferimento a un luogo fisico, il deserto appunto, varrà dimostrarlo la circostanza che il pronunciamento pontificio cadeva proprio nel momento in cui una parte dell’Ordine cistercense sembrava orientarsi verso scelte rigoriste e Gioacchino sceglieva per il suo tugurium eremitico a Fiore Vetere un nome che evocava, secondo un linguaggio utilizzato anche in curia, la solitudine e i frutti che essa poteva produrre. 2. Entro questo contesto che riveniva da una tradizione indigena, quella di Bruno di Colonia e di Nilo di Rossano, e da una diretta conoscenza della vita monastica cistercense che si collocano i luoghi di Gioacchino e le sue tensioni interiori che approderanno addirittura al superamento dello stesso modello cistercense pur nella continuità di una esperienza, quella di Cîteaux, che faceva corpo tutt’uno con la primigenia vocazione monastica dello stesso Gioacchino. Lo ha notato con fine intuito Valeria De Fraja esaminando la tav. XXIII del manoscritto oxoniense 225 appartenente al Corpus Christi College, una silloge di tavole e diagrammi elaborati da Gioacchino, dove l’albero della nuova alleanza non termina con i Cistercensi (il tronco dell’albero), ma la chioma da cui si protendono nuovi rami, forse il novus ordo, quello florense appunto, che si avvicenda, sostituendolo, ai monaci bianchi. Certo è che Gioacchino non opera, probabilmente nella seconda metà del 1187, non ancora una sorta di transitus abbandonando l’Ordine cistercense e precisamente il monastero di Corazzo di cui deteneva la carica abbaziale. La tappa di questo “tentativo eremitico” è una località nel cuore della Sila chiamata Pietra Lata e si configura come un temporaneo distacco dalla sua comunità per attendere al completamento delle sue opere esegetiche. Nella Vita Joachim dell’anonimo florense si parla di una località che fosse “portum quietis” e “angulum secessionis”. Il suo essere monaco cistercense lo porta a ribattezzare questo luogo messogli a disposizione da un signore locale, forse Pietro Guiscardo, signore di Santa Severina, chiamandolo Petra Olei e attribuendogli un toponimo altamente simbolico dal punto di vista spirituale. Comunque il distacco dalla sua primigenia famiglia religiosa avviene nel 1189 con la scelta della località di Jure Vetere ubicata vicino all’attuale San Giovanni in Fiore alla confluenza tra il fiume Arvo e il torrente Pino Bucato a circa 1100 metri di altitudine, dove le recenti campagne di scavo condotte dall’Istituto internazionale di studi federiciani del Consiglio Nazionale delle Ricerche diretto da chi parla hanno portato alla luce i resti della chiesa monastica abbandonata dopo l’incendio del 1214. La significativa sottolineatura del geotoponimo e il suo significato simbolico vengono posti in grande risalto dall’autore anonimo della Vita dell’Abate florense: <>. Come è facile osservare si tratta di un sito che per le connotazioni ambientali conciliava il rigore ascetico, lo status eremitico, l’esercizio costante di pratiche penitenziali, la ricerca di Dio nel silenzio e nella preghiera. Si aggiunga anche la precarietà delle strutture menzionate abitualmente nella documentazione come “tuguria”, termine di complessa valenza semantica ma che rinvia a condizioni di estrema povertà e indigenza sia ubicazionale che personale, e si avrà un quadro di credibile approssimazione del modello di vita che sull’altopiano silano conducevano gli aderenti alla nova religio di Gioacchino. Comunque sarà stato l’incendio delle fabbriche del complesso monastico avvenuto tra l’ottobre del 1214 e il giugno del 1216, ma ancor più la volontà dei monaci di abbandonare il sito entro cui era ubicato il monastero, sta di fatto che Jure Vetere subirà gradualmente una obliterazione della memoria a favore del nuovo complesso monastico eretto poco distante a S. Giovanni in Fiore. 3. C’è ora da chiederci, avviandoci alla conclusione, se di questi “luoghi di Gioacchino”, di questa epopea monastica sviluppatasi sull’altopiano silano, di questa storia che tra la seconda metà del XII secolo e i primissimi anni del XIII vide un intreccio strettissimo tra la vicenda esistenziale dell’abate “calabrese” e la serie di Papi, Imperatori, Sovrani, Cardinali, Vescovi, Abati, monaci, contadini e artigiani, ci sia oggi memoria oppure ci si sia avviati verso un processo di oblìo con gravi conseguenze sul piano della coscienza collettiva e dei valori culturali di cui questo incomparabile patrimonio è segno ed emblema. ”Memoria” e “Oblivio” come categorie concettuali e “Recordari”, “Memorare” e “Oblivisci” come precetti morali attraversano tutto il medioevo conferendo alla memoria nel senso etimologico del termine mnème i due significati di ritenzione o conservazione di un evento, di un accadimento, di una circostanza e altresì di richiamo o di riconoscimento del ricordo in un atto di coscienza attuale costantemente rinnovato o potenzialmente rinnovantesi; altrettanto avviene per l’oblìo ritenuto un aspetto fondamentale della nostra memoria. Ebbene per i “luoghi di Gioacchino” lungo i secoli e in parte nella età vicina a noi pare sia intervenuto un processo di obliterazione della memoria. Del protocenobio di Jure Vetere si era persa ogni traccia fino agli anni novanta del secolo appena decorso: le strutture del monastero di Bonoligno non sono state ancora localizzate con il pericolo che l’incalzante piano di urbanizzazione delle zona porti a cancellare ogni possibilità di identificazione. Altrettanto si dica per il monastero di Tassitano il cui territorio nel 1950 fu interessato dalla Riforma Agraria della Sila; per il monastero di Santa Maria di Monte (Abate ) Marco dove, peraltro, la presenza di un edificio ubicato in posizione dominante e in prossimità di una sorgente perenne, pare, costituisca un umbratile indizio della ubicazione dell’insediamento florense e altresì per il monastero di Caput Album. Quanto a San Martino di Canale l’edificio, dove il 30 marzo 1202, circondato dagli abati cistercensi di Corazzo, della Sambucina, e dello Spirito Santo di Palermo, oltre che di alcuni suoi monaci, si concluse la parabola terrena di Gioacchino, attualmente si presenta gravemente alterato e manomesso per l’avvenuta divisone dell’aula e della cappella e per le sopraelevazioni successive. Eppure un recupero della memoria dei luoghi gioachimiti ha registrato negli ultimi anni una insistita attenzione grazie al Centro internazionale di studi gioachimiti, istituito a San Giovanni in Fiore il 2 dicembre 1982 con il patrocinio delle civiche Amministrazioni di Celico e di Luzzi e annoverato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Ambientali tra gli Istituti di rilevante interesse scientifico e culturale, e altresì al Comitato Nazionale per le celebrazioni dell’VIII centenario della morte di Gioacchino costituito con Decreto del Ministro per i Beni e le Attività Culturali del 19 febbraio 2002. Tra i luoghi poi entro i quali si dipanò la singolare e complessa esperienza religiosa di Gioacchino da Fiore ha assunto infine spiccato rilievo Jure Vetere non solo per essere stata la prima fondazione geneticamente rispondente alla nuova scelta di vita operata dall’Abate calabrese dopo l’abbandono della originaria vocazione cistercense, ma anche per le connotazioni ambientali del sito che innanzi abbiamo richiamato. I contributi delle ricerche contenuti in questo volume curato, oltre da chi parla, da Francesca Sogliani e Dimitri Roubis, documentano le varie fasi di scavo, i numerosi profili di indagine sia per quanto attiene la ricerca storica e quella archeologica che le tecniche diagnostiche, la cultura materiale, gli ecofatti dello scavo, l’analisi delle architetture sino alle proposte di conservazione e valorizzazione. Negli ultimi anni il tema della memoria interrelato con quello dell’identità culturale e della perpetuazione del sapere ha costituito un campo di indagine di singolare fortuna, specialmente quando, come per i luoghi di Gioacchino, il ricordo collettivo ha subito un processo di graduale obliterazione. Comunque a farla riemergere da questo sonno della ragione e da questa inerzia della volontà valga il richiamo a uno dei principi della psicologia agostiniana che riteneva l’intelligenza umana costituita da amor e memoria. Amore e Memoria potranno riattualizzare e salvare questo incomparabile patrimonio culturale.

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