20 gennaio 2015

La vecchia Taranto al cinematografo

Pubblico sul mio blog questo scritto di Nicola Gala. Si tratta in realtà di un amarcord personale, ma utile a chi non ha vissuto quegli anni alla ricostruzione di una piccola storia del cinema a Tarnto. L'articolo è apparso sulle colonne del Corriere del Giorno di giovedì 3 dicembre 2009, p. 31

La vecchia Taranto al cinematografo
di Nicola Gala

Qualcuno dirà che questa è un’operazione-nostalgia: è invece, nel sentimento che la ispira, soltanto un ricordare perché non intervenga la morte più vera, quella della dimenticanza. Parliamo degli anni dai ’50 in su fino più o meno alla crisi del cinema. Le sale cinematografiche a Taranto erano in numero oggi difficilmente concepibile: approssimando per difetto, intorno alla ventina. Entrano dalla porta senza bussare, in ordine inconsulto, alcune di quelle che non sono più, chissà perché, forse per chiedere uno scampolino di memoria. Si affollano le loro differenti presenze, qualità, caratteristiche, facendo a pugni per sopravanzare, ma anche per ottenere un ruolo di rappresentanza. Dove oggi c’è il Bingo, in fondo a via De Cesare, c’era il moderno Paris, e prima ancora il Paisiello. In quest’ultimo le luci erano calde e ovattate: le lampadine racchiuse in campanelle di cristallo guardavano gli spettatori e formavano bouquets disposti a profumare di discreto chiarore palchi e platea. Il Paisiello viveva un’atmosfera liberty, aristocratica, e ben si prestava ad accogliere eleganti veglioni con tanto di cantanti allora sulla cresta dell’onda: il Carnevale si vestiva da operetta
e rinverdiva ricevimenti d’altri tempi e climi. I bambini si affollarono quando giunse, magicamente dall’alto, Cenerentola: il cartellone sognava di per sé e lo schermo non tradì l’immaginario non solo infantile. L’Alfieri, tra via Oberdan e Lungomare e Banca d’Italia, si specificava a primo sguardo per il lungo corridoio d’entrata e, al terminare di quest’ultimo, lo scalone curvante per accedere alla galleria; al piano terreno, poi, scostando il tendone della robusta porta della sala e immergendosi nel semibuio al quale gli occhi non si erano ancora assuefatti, si era in un percorso che conteneva larghi palchi geometricamente concepiti e che tramite medie scalinate consentiva la discesa ai posti dell’ampia platea. L’Alfieri, specie negli ultimi anni della sua esistenza, organizzò la convivenza, talora, di cinema e varietà, in un clima colorito e animato che, nel rispetto delle differenze, sarebbe piaciuto a Fellini.
Una sera, nel ruolo insolito di ballerina, venne Silva Koscina, e i pesci uscirono dal vicino mare per vederla. L’uscita era sul marciapiede che guarda palme e ringhiera e, giù, in largo e fondo, il Mar Grande: d’inverno accoglieva gli accaldati cinefili un venticello tagliente che costringeva a serrar le sciarpe e ad affrettare il passo. L’Odeon, in via Di Palma tra piazza M. Immacolata e via Pupino, godeva dell’ottima posizione centrale e di giorno, di sera, rammentava ai tanti passanti la sua programmazione.
La balconata della galleria, sostenuta da pilastrini, abbracciava dall’alto la sala. La produzione filmica presentata era varia. Diedero, fra i tanti, Lawrence d’Arabia, e il deserto con la musica fascinosa, e gli occhi di Peter O’Toole, e le imprese umane, al di là di quelle belliche, aleggiarono prepotenti sui capi rivolti alla vicenda. Arrivò Pasolini, con i Racconti di Canterbury. C’era già stata la fantasia di… Fantasia, di Walt Disney: l’opera non raccolse il pubblico di altri cartoni: i dinosauri della Sagra della primavera e il diavolo di Una notte sul Monte Calvo non attraevano i bimbi, anzi, qualcuno si spaventò e i genitori uscirono dal cinema un po’ interdetti. Al Natale, le illuminazioni della via si fondevano alle immagini dei manifesti dell’ultimo film. L’Arsenale e l’Artiglieria erano cinema che davano una produzione B e che perciò risultavano più economici; erano legati a filo doppio con i lavoratori e i luoghi dei due ambiti da cui avevano preso nome. Vi si trovava l’operaio stanco, il sottufficiale lontano da casa, il ragazzino litigioso, il pensionato in ansia di svago. Le pellicole erano un tantino logore, rigate per l’uso, ma il contenuto non monotono, spesso avventuroso e umoristico, teneva sulle poltroncine di legno quasi tutti, poiché i bambini… beh, quelli spesso preferivano altri divertimenti, tutti di creazione personale, nei corridoi in chiaroscuro, beneficiando dello scalpitare delle cavallerie e delle cannonate di battaglia, che copricoprivano i loro ludici rumorini. Tra corso Umberto e via Cavallotti faceva bell’angolo il Rex, che disponeva di due sale, A e B, differenti per ambienti, frequentazioni e programmazioni: la A era ampia in platea e galleria, di tono più elevato negli arredi, rispettosa di una recente e sicura produzione filmica, della quale faceva di volta in volta fede un luminoso cartellone esterno che si imponeva in alto, proprio a perpendicolo rispetto all’ingresso, e che era visibile e leggibile da buona distanza; alla B si accedeva pressoché alla svolta per piazza Bettolo, e per assistere alle proiezioni era indispensabile la discesa per una discreta scalinata: spesso i film erano di seconda visione e l’afflusso più popolare, data anche la minor cubatura, rendeva particolarmente calorosa la visione. La A beneficiava di poltroncine rosse, con caratteristica larga curvatura al protendersi del ripiano di seduta, e di fornito bar nella hall; la B, dal canto suo, offriva l’“effetto sorpresa” quando, prima che iniziasse lo spettacolo o durante l’intervallo, gli spettatori seduti vedevano aprirsi i non lievi tendaggi d’entrata e presentarsi alla generale attenzione i nuovi arrivati, i quali a loro volta si trovavano addosso la curiosità spesso involontaria di decine e decine di occhi votati ad una diversa e comunque breve immagine in movimento; quanto ai rinfreschi c’era, in quella piccola calata agli Inferi, il pronto intervento di un esperto quanto folkloristico ragazzino che si precipitava ove necessario e che, sul filo dell’accendersi delle luci dopo il primo tempo o all’end di tutta la pellicola, investiva le orecchie con “Caramelle gazzose birraaa…”
E poi c’erano le arene… A rappresentarle tutte citiamo quella che aveva ingresso da via Pitagora ed era incastonata nella Villa Peripato, di cui godeva fresco e umidità. Ospitava valide realizzazioni cinematografiche: le parole degli attori si mescolavano al fruscìo delle alte fronde intorno e la luminosità dello schermo non impediva, a chi lo volesse, la pur fuggevole contemplazione delle stelle, vera volta della sala. L’insegna, a sovrastare il cancello d’ingresso, arcuava “La Pineta”, e quando si accendeva era estate. Ciao a tutte le sale, senza esclusioni. In fondo, sono ancora qui.

Nessun commento:

Posta un commento

Annalium Philippi Crassulli De rebus Tarentinis

Pubblico sul mio blog una interessante fonte per la storia di Taranto. Angelo Filippo Crassullo era un notaio, nato a Taranto e morto...