25 febbraio 2015

La peste a Taranto, tra ricostruzioni giornalistiche e storiografia

La peste a Taranto, tra ricostruzioni giornalistiche e storiografia

Qualche anno fa vi fu un interessante confronto sulla peste a Taranto. Tutto prese inizio dall'articolo di Mario Gianfrate apparso sulle colonne del Corriere del Giorno del 13 settembre 2009, p. 26. A questo articolo rispose, con competenza, il compianto dott. Alberto Carducci, sulle colonne dello stesso quotidiano il 19 settembre 2009, a p. 31. Consiglio di leggere entrambi gli scritti.
Primo articolo:

Quando Taranto conobbe l'incubo della peste bubbonica
di Mario Gianfrate

La notizia è di quelle che fanno accapponare la pelle. Dapprima bisbigliata, si diffonde con la rapidità del fulmine di casa in casa, nelle strade e nei vicoli della città vecchia, gettando una luce sinistra sulla popolazione: la peste, il terribile morbo che, solo nominare, genera terrore, è approdata a Taranto. E’ quanto basta per evocare nell’immaginario collettivo, scene raccapriccianti di morti accatastati e di improvvisati lazzaretti, di bubboni ascellari e di cinici monatti, descritte dal Manzoni nei “Promessi Sposi”. Casi accertati di peste bubbonica si sono, infatti, verificati il 7 settembre 1946 nell’Arsenale. Nei primi giorni, però, la notizia è stata tenuta sotto stretto riserbo per evitare inconsulti allarmismi; solo dieci giorni dopo l’Alto Commissariato per l’Igiene e per la Sanità pubblica emette un comunicato nel quale si conferma la presenza di focolai di peste bubbonica localizzata nell’Ufficio Spedizioni della Direzione armi dello stesso Arsenale. Il morbo ha già contagiato dieci operai che operavano all’interno dell’Ufficio; quattro di essi sono deceduti mentre gli altri sono stati isolati nel Lazzaretto. Qui spirerà un altro degli operai infettati dall’epidemia. Misure profilattiche scattano, comunque, tempestivamente con la sospensione del lavoro all’Arsenale per due giorni e del servizio tranviario; i provvedimenti predisposti dal Prefetto, d’intesa con le Autorità Militari italiane e alleate, decretano anche la chiusura di tutti i locali di pubblici ritrovi. Malgrado nei giorni successivi altri due operai – uno dei quali di Grottaglie, cittadina dove la sera fa ritorno – hanno contratto la peste, i divieti vengono revocati: all’Arsenale il 12 si riprende l’attività lavorativa e i pubblici locali possono riaprire a condizione però, come precisa un’ordinanza prefettizia, “siano sistematicamente sottoposti a trattamento con sostanze parassiticide, in conformità alle disposizioni che verranno impartite dal medico provinciale”. I cittadini sono, invece, invitati a segnalare “senza timore” al Laboratorio Provinciale di igiene e profilassi, la presenza di topi morti. Sono proprio i topi, infatti, veicolo dell’infezione che sembrava definitivamente debellata nel Paese. La popolazione però è atterrita dallo spettro di una epidemia che non lascia scampo e, come sempre accade in circostanze analoghe, più che nei consigli medici cerca rifugio e protezione nell’intervento salvifico dei santi e della religione. Il 26, l’Ufficio Sanitario della Prefettura emette un nuovo comunicato: “La distruzione delle pulci – si rileva – e degli insetti in genere è il miglior mezzo di profilassi della peste. E’ quindi opportuno usare polveri e liquidi insetticidi per le abitazioni e per gli abiti ed è necessario la pulizia della persona”. Presso la Prefettura viene, intanto, costituito un Comitato per la lotta contro la peste composto dal Medico Provinciale, da due ufficiali medici alleati, dal direttore della Sanità Militare territoriale di Bari, da un batteriologo della Direzione di Sanità Militare Marittima di Taranto e dal Direttore del locale Laboratorio provinciale igiene e profilassi. Due giorni dopo, però, un nuovo caso seppur isolato. Proseguono, comunque, gli interventi di profilassi: dal 1° ottobre le Autorità Alleate, d’intesa con quelle italiane, iniziano un trattamento con sostanze parassiticide negli scantinati, nei pianterreni e ai piani alti delle abitazioni, strade comprese, tra le palazzine e il ponte girevole: Via Cesare Battisti, Acclavio, Mazzini, Leonida, Di Palma, Piazza Immacolata, Piazza Rammellini e Via D’Aquino. Il 4 viene affisso un manifesto del Prefetto che consiglia ai cittadini alcune misure pratiche da adottare in “carenza di trappole per topi e di veleni”; si tratta di spargere, in prossimità delle proprie abitazioni, una miscela composta da “gesso in polvere parti 6, farina parti 2, zucchero parti 1”, facendo ben attenzione, quando la si prepara, di far uso “di cucchiaio senza toccarla con le mani perché i topi la fuggono sentendo odore dell’uomo”. Il miscuglio va, quindi, “disposto a mucchietti davanti ai quali è opportuno disporre un recipiente pieno di acqua perché i topi, bevendo dopo aver mangiato, muoiono per occlusione del tubo digerente”. Viene altresì suggerito di “bruciare i topi morti”. In ogni caso si dà corso a una vaccinazione di massa consistente in due iniezioni fatte a distanza di una settimana. Lo spettro della peste che, per un attimo, ha fatto tremare Taranto – e Grottaglie -, si dissolve, consentendo il ritorno della vita di tutti i giorni alla sua normalità.

Secondo articolo

La verità sulla peste a Taranto
di Alberto Carducci

Sul Corriere di domenica scorsa 13 settembre è comparsa una pillola di storia a firma di Mario Gianfrate, a proposito della peste bubbonica tarantina del “settembre 1946”. Mi preme avvertire i lettori che l’anno indicato nell’articolo è inesatto, poiché l’episodio epidemico pestoso di Taranto – l’ultimo segnalato in Europa – rimonta agli inizi del settembre dell’anno precedente e risulta già concluso entro la fine del 1945. Il focolaio epidemico ha preso corpo durante l’occupazione militare alleata della città, in concomitanza allo sbarco in Arsenale di un carico di cascami di cotone arrivati da Malta con un mercantile inglese, che durante la navigazione aveva presentato a bordo un caso di peste con decesso, non denunciato alle nostre autorità. La pillola di storia indica inoltre un numero inferiore di contagiati a Taranto (in realtà nel 1945 ce ne furono circa trenta, tra civili e militari, con una mortalità del 50%), segnala un clima di panico cittadino che in realtà non si verificò e, in particolare, non rende giustizia alla convulsa opera di contrasto a una patologia non di routine attuata da alcuni ufficiali medici della Marina Militare Italiana (Umberto Monteduro, Giuseppe Barbagallo, Alfonso Leone, ecc.) che, con i precari mezzi a disposizione, riuscirono a spegnere l’epidemia in soli quattro mesi, giovandosi (la circostanza va sottolineata) della fattiva collaborazione degli Inglesi, che misero a disposizione, oltre alle prime dosi di vaccino antipestoso, anche alcune novità terapeutiche (DDT, Penicillina), nonché l’esperienza di due ufficiali medici indiani in servizio nell’ospedale militare alleato di Statte (all’epoca in India la malattia era allo stato endemico) e dei due artefici della derattizzazione nel porto fluviale di Londra. A chi volesse approfondire l’argomento, estremamente interessante, consiglio la lettura di alcune pubblicazioni: a partire da quella del direttore del Lazzaretto Municipale di Taranto (A. Gentile, 1946) agli articoli giornalistici comparsi in occasione del 40° anniversario dell’episodio di peste tarantina su alcuni quotidiani pugliesi, con i ricordi di due protagonisti del tempo: gli ufficiali medici in pensione Giuseppe Barbagallo, (“Corriere del Giorno”, 26 settembre 1985) e Alfonso Leone, (“Gazzetta del Mezzogiorno” , 17 settembre dello stesso anno). Il secondo autore è ritornato sull’argomento nel 2000, in forma esaustiva, con una preziosa documentazione inedita e con un’ampia prefazione di Giovangualberto Carducci sulla rivista di storia patria tarantina “Cenacolo”. Nel 2001, dopo aver esperito ricerche in alcuni archivi (Leone, Storico del Comune di Taranto, ecc.) e interrogato a lungo i due ufficiali medici, ho avuto modo di riferire sulla peste tarantina (misconosciuta per il veto imposto nel 1945 dagli Alleati) al XLI Congresso Nazionale della Società Italiana di Storia della Medicina (vedi Atti, Mesagne 2002), in un momento di viva attualità per l’incombente minaccia bioterroristica. Nel maggio 2002 l’argomento è stato ulteriormente analizzato a Taranto in occasione del Convegno (con mostra documentaria) organizzato da Ada Del Conte, (presidente della locale Associazione Culturale L’Immagine) a Palazzo di Città, con l’intervento dei due ultranovantenni protagonisti dell’evento all’epoca ancora in vita: l’ammiraglio medico Giuseppe Barbagallo (nel 1945 direttore della Sala Medica dell’Arsenale) e il capitano medico Alfonso Leone (all’epoca ufficiale addetto alla Direzione di Sanità di Taranto), nonché i familiari del Direttore di Marisan generale medico Umberto Monteduro e del dott. Arturo Gentile, direttore del Lazzaretto Municipale. A tutti i personaggi, già premiati nel 1948 con una medaglia per i benemeriti della Sanità italiana, in occasione del Convegno è stata donata una targa di riconoscenza dell’Amministrazione tarantina. Nel 2004, al generale medico Umberto Monteduro, il vero protagonista della lotta antipestosa, è stata poi intitolata una strada cittadina. Più di recente, il periodico tarantino “Voce del Popolo” ha dedicato alcune pagine, a più voci, a “L’ultima peste d’Europa” (15 gennaio 2005).

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