20 maggio 2015

L'Archita e il Palazzo degli Uffici

L'Archita e il Palazzo degli Uffici

Intervento a mia firma apparso su "Quotidiano" del 19 agosto 2009

È probabile, ma di questo gli ultimi studi non concordano, che nel periodo greco-ellenistico nello spazio oggi occupato dal palazzo degli uffici si estendesse fino all'attuale Via Mignogna l'antico Ginnasio, il famoso Foro del Mercato e il Portico ornato di colonne e di statue, tra le quali furono quelle di Giove e di Eracle, opera del greco Lisippo.
Il destino culturale di questo luogo, se così fosse, sarebbe il continuum storico di più lunga durata della nostra città. Fernand Braudel, probabilmente, prenderebbe ad esempio questo particolare aspetto della città jonica.
La costruzione del Palazzo Orfanotrofio fu iniziata - scrive il preside Medori su uno dei primi numeri di Galaesus, la rivista dell'Archita - fin dal 1791 per decreto del re delle Due Sicilie Ferdinando IV di Borbone. Era inizialmente destinato ad accogliere gli orfani dei militari. Ma, dopo la rivoluzione del 1799, i lavori furono interrotti per lungo tempo. Ripresero nel 1872 e terminarono nel 1894. Il palazzo fu ridotto alla forma quadrangolare attuale su disegno dell'Ing. Giovanni Galeone.
L'inaugurazione ufficiale del palazzo avvenne il 28 giugno 1896. Il Sindaco di allora, Alessandro Criscuolo, si rivolse con queste parole alle scolaresche dell'«Archita»:
«... Venga la nuova scuola: qui il fulgido pensiero del vero, qui le alte e pure ispirazioni dell'arte! L'amore del bello, la fede nel buono dia luce e fiamme, qui, al cuore ed al pensiero di una forte, austera e generosa italica gioventù. Che da queste aule esca a portare nelle case e nella vita, nei pubblici negozi, nel Foro, nella cattedra, sui campi delle battaglie, forza di braccio, di pensiero, di coscienza [...]».
Criscuolo, retoricamente ispirato, terminava così la sua prolusione: «Oh! Archita, filosofo, legislatore, elleno fra gli elleni, o padre nostro sapiente, divinatore e buono, tu, oggi, ritorni in mezzo a noi. L'ombra sua torna, ch'era dipartita.»

Che dire altro? Cosa aggiungere, se non che oggi il "padre nostro" Archita, al quale la nostra città ha dedicato solo un meschino parcheggio ed una statua sfregiata in villa Peripato, oltre che il liceo, oggi scapperebbe dalla irriconoscibile Tarentum, da un orrendo Borgo nuovo riempito come un uovo di inutili SUV - emblema spocchioso del tarantino evasore parvenu - deturpato da chianche bianche di pessima qualità, da terribili luminarie finto Ottocento, dai finti sampietrini realizzati in asfalto, dall'abominevole fontana equestre di piazza Bettolo, da quel muraccio marrone che impedisce la visione del mare...

L'argomento più importante, credo, è quello di sapere una volta per tutte cosa vuole farne, la città di Taranto, del più prestigioso edificio del Borgo. La discussione è ormai più che quarantennale, ma ogni volta sorge un ostacolo che impedisce la realizzazione di qualsiasi progetto. A mio modestissimo e piccolissimo parere, ero e rimango contrario a qualsiasi manomissione del manufatto simbolo del Borgo: secondo me questo edificio dovrebbe essere ristrutturato possibilmente in maniera rispettosa della sua storia, e dovrebbe essere destinato a ospitare le istituzioni culturali più rappresentative della città, il Liceo Archita, l'Università, e, di nuovo, la Biblioteca Acclavio. Oppure - perchè no - una pinacoteca!

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