23 novembre 2015

Francesco Basile il partigiano che Taranto, sua città, ha dimenticato

Francesco Basile il partigiano che Taranto, sua città, ha dimenticato

di Mario Gianfrate

La piazza del Municipio di Tuscania, dedicata Francesco Basile
in "Corriere del Giorno", 7 maggio 2013

Dai sette colli sui quali Tuscania, nel viterbese, è arrampicata, domina la valle. I resti della città medievale la rendono un piccolo salotto, accogliente e ricco di storia. Aveva poco più di cinquemila anime nel ’45, quando finì la guerra che lasciò cicatrici rimarginate ma visibili, ricordi incancellabili. La piazza della cittadina, quella in cui sorge il Palazzo del Comune, ricostruito nel diciannovesimo secolo, è intitolata a Franco Basile, un giovane partigiano di Taranto, ammazzato qui dalla violenza nazifascista. Le foto della targa e della piazza, me le fornisce Fabrizio Marziali, funzionario del Comune di una cortesia e di una disponibilità non comuni.

Ci siamo occupati, qualche tempo fa, di Franco Basile. Il caso ci consente di aggiungere altri elementi alla sua vicenda umana e resistenziale del partigiano tarantino, troppo presto stroncata dal cieco furore dei tedeschi; ce ne offre l’occasione, la testimonianza di Caterina Pani, raccolta in un bel volume di Chiara Cesetti (“La notte e l’alba”, Edizioni Il Campano, Pisa) pubblicato qualche anno fa, nel 2007.

Caterina Pani – che è nativa di Trieste – ha solo undici anni quando conosce Franco, “un bel ragazzo capitato a Tuscania dopo lo sbandamento, ed essendo di Taranto non era riuscito a tornare a casa”. Ricordi lontani, di bambina, sbiaditi dal tempo ma impressi nella mente: “Portava in testa una bandana rossa e si era unito al gruppo di partigiani che operava in zona”.

Franco Basile, del I Reggimento Granatieri, all’annuncio dell’Armistizio diramato nella serata dell’8 settembre 1943, si è unito alla Brigata Matteotti che opera nel territorio. Si distingue in numerose azioni di guerra contro le truppe nazifasciste.

Un anno dopo, dalla Rupe di Pian di Mola, assiste impotente al bombardamento della città e, coraggiosamente, mettendo a rischio la propria incolumità, accorre sul posto scavando sotto le macerie per trarre in salvo i feriti.

Caterina racconta gli ultimi istanti di vita di Franco; riportiamo per intero la sua testimonianza, la sequenza di un film in bianco e nero dalla pellicola graffiata con impressi gli attimi di vita prima della morte : “Il giorno precedente la sua uccisione, l’otto giugno, c’era stato il bombardamento in Piazza e noi eravamo scappati alla Moletta, in una grotta su un terreno di proprietà di un mio zio. Anche gli animali seguivano gli uomini in queste fughe, per metterli al riparo dalle razzie e dalle perquisizioni. Franco ed altri uomini amici e parenti dei miei familiari, stavano sotto il ciliegio poco distante, quando arrivò un tedesco. Gli si avvicinarono e Franco gli disse, toccandogli i pantaloni: E’ ora che te le levi, queste braghe, che… senti? Ed indicò verso pian di Mola, dove si udivano vicinissimi i mezzi degli alleati, come a dire che ormai la guerra per lui era finita. Cencio del zì Peppo, invece, gli toccò il fucile, gli disse di lasciarlo e di entrare insieme con loro, dove avrebbe potuto mangiare. Il tedesco rifiutò. Si allontanò e loro entrarono. Franco si mise a smontare la pistola ed a pulirla, mentre mio padre preparava per tutti pane e formaggio.

Il ponte sul Marta era già saltato e si sentiva il rumore cupo degli automezzi alleati che stavano arrivando. Poi ci fu un momento di calma e Franco disse che sarebbe salito più in alto, al riparo di un’altra grotta, per vedere cosa stesse succedendo e controllare i movimenti delle truppe che erano alla Spianata.

Verso le tre del pomeriggio mio padre disse: “Questo ragazzo non è più tornato. Adesso scendo in basso, vicino al fiume, vado a vedere come sta la mucca e guardo anche di lui”. Uscì e alzando gli occhi vide il sangue colare da una roccia: il corpo di Franco era riverso in terra, ucciso con un colpo in testa. Il tedesco, un irriducibile, si era appostato vicino al cancello di ingresso del terreno ed ogni tanto lo sentivamo sparare contro le truppe che si avvicinavano e udivamo le sue pallottole fischiare davanti all’entrata della grotta: uno di quei colpi era diretto contro Franco, riconosciuto come partigiano.

Intanto gli Americani guadarono il fiume e la gente cominciò ad urlare: “So’ arrivati, so’ arrivati! Siamo liberi!”. Uscimmo di corsa dai nostri nascondigli e nonostante il gran tripudio per l’arrivo dei liberatori, qualcuno venne a prendere il corpo di Franco con un carrettino. Ricordo che era senza scarpe”.

Scriverà di lui Beno Gessi, comandante della Brigata Matteotti, divenuto dopo la Liberazione sindaco della città: “Con entusiasmo e coraggio visse le ultime ore della sua giovinezza, confondendo la sua sorte con quella dell’Italia, che dal sangue dei figli migliori trae nuove forze e la nuova vita.

E’ morto con negli occhi la visione della mamma e dell’Italia alla quale aveva donato il suo sangue per cancellare l’infamia di oltre vent’anni di oppressione e per riconquistare tutte le libertà del pensiero e del lavoro”.

Nella Piazza di Tuscania, su di una targhetta c’è il suo nome. Oggi neppure gli abitanti della cittadina sanno chi possa essere quel nome, che sta lì, in quella piazza, dove frotte di monelli si rincorrono gioiosi nelle belle giornate di primavera. Quelli che c’erano, poco a poco, sono scomparsi e, con essi, la memoria di Franco.

Taranto, però, non può dimenticare. E’ giunto il tempo – mi rivolgo direttamente al Sindaco della città – di saldare con Franco Basile un debito di riconoscenza, riconoscenza per quel partigiano morto per la libertà. Così che “le genti che passeranno”, le nuove generazioni ignare di quanto accaduto – e lo avvertiamo, palpabile, ogni giorno – possano dire “ Oh, che bel fiore”.

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